Vorrei affrontare il tema dell’allattamento,
facendo alcune considerazioni di carattere psicologico, nella speranza
che questo possa aiutare qualche mamma a riflettere sull’importanza di
allattare naturalmente il proprio figlio.
Durante i nove mesi di gestazione il piccolo essere è contenuto
nell’ambiente caldo e protettivo dell’utero materno in cui avvengono non
solamente scambi di natura fisiologica , ma anche psicoaffettivi. Il feto
vive in totale dipendenza dalla madre, riceve il nutrimento necessario
alla sua sopravvivenza, vive con lei emozioni e stati d’animo, sente il
ritmo dei suoi battiti cardiaci, si è addirittura parlato di una
attività onirica comune; vive nel ventre materno , in un ambiente
che lo avvolge e lo “contiene”. Non ho usato a caso quest’ultimo termine,
in quanto così viene definito uno dei primari bisogni affettivi
che caratterizzano il neonato. Egli ha necessità di contatto fisico,
di essere avvolto in un abbraccio al contempo fermo e protettivo; in altre
parole egli ha bisogno di ritrovare ,anche all’esterno, l’ambiente sensoriale
ed affettivo che, per nove mesi, ha sperimentato nel grembo materno. Comprendere
e soddisfare questo bisogno significa infondere quella sicurezza che è
alla base di un buon sviluppo individuale. Come, infatti, sostengono alcuni
eminenti studiosi in materia, per aprirsi al mondo bisogna aver costruito
delle salde basi di sicurezza personale.
Nell’allattamento al seno, quest’ultimo aspetto è all’apice
della sua esaltazione. La madre offre una parte del suo corpo, il contatto
fisico è massimo accompagnato da sensazioni olfattive, di morbidezza,
calore, e l’atto del nutrire si carica di un forte significato affettivo.
Capita assai frequentemente di osservare che durante questo intimo momento
tra madre e figlio, il neonato fissi a lungo il volto della madre; l’atto
che la madre compie ricambiando lo sguardo infonde questo bisogno di sicurezza,
di sentirsi confermato nella propria esistenza che ogni neonato esprime.
Per questo è importante che, se per svariate ragioni , la madre
decida di passare all’allattamento artificiale, quest’ultimo non venga
vissuto come un semplice dovere di tipo nutrizionale, ma un momento di
intima relazione psicoaffettiva con il proprio figlio. Il neonato
ha bisogno di ritrovare sostegno e sicurezza emotiva sia che il latte venga
dal seno della madre o dal biberon e , queste prime esperienze nutritive
circondate da amore, favoriscono la creazione di un profondo legame , basilare
per lo sviluppo di tutti i rapporti futuri.
E’ sulla base di queste considerazioni che ritengo importante , che
almeno per le prime settimane di vita, il biberon debba essere somministrato
dalla madre, che rimane , come abbiamo visto, il primo referente
per il neonato. Non voglio con questo assolutamente sminuire il ruolo
di altre persone che si prendono cura di lui: anch’esse rappresentano
punti di riferimento importanti , ma come sostiene un’eminente psicoanalista
francese , F. Dolto, di cui volutamente riporto integralmente
le parole “ il fragile lattante ha bisogno non solamente di cure materne,
di calore, di calma, di protezione – che chiunque potrebbe dargli -, ma
anche dell’ambiente sensoriale e psicoaffettivo di colei che per lui è
il primo cibo, mondo vivente.”.
Ho aperto questa piccola trattazione con un invito alla riflessione
e mi auguro di aver offerto qualche valido spunto. Si è detto che
i primi tempi di vita del neonato sono caratterizzati da una totale dipendenza
fisica ed emotiva e da una conseguente serie di bisogni al contempo fisiologici
e psicologici, che la madre, meglio di chiunque altro, è in grado
di soddisfare. Anche l’atto del nutrire rientra in questi bisogni , per
cui, sia che si decida per l’allattamento naturale o per quello artificiale,
questo principio dovrebbe sempre essere tenuto in considerazione per favorire
lo sviluppo armonico della personalità dei propri figli.